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Che la festa abbia un seguito

Tutto ha inizio nel 2011, quando l’UNESCO – su iniziativa del goodwill ambassador Herbie Hancock (senza timore di smentita, uno tra i giganti del jazz) si rese promotore di tale iniziativa. E da allora, il 30 aprile il mondo si ricorda del jazz: un po’ come accade per il panda o il rinoceronte bianco. In verità, siamo oramai abituati a celebrare quotidianamente qualsivoglia atto naturale: dalla giornata del sorriso a quella dell’abbraccio fino a ricordarci come abbiamo distrutto il Pianeta. Tra le “esistenze” in estinzione, o giù di lì, si deve annoverare anche il jazz. Ed è per questo che il 30 aprile – e giorni limitrofi – si sprecano concerti e tavole rotonde in tutto il pianeta: tutti pronti a correre al capezzale di una musica che da più parti viene data per spacciata.

In verità, a guardare bene ciò che succede nel mondo, il jazz non è spacciato: anzi, godrebbe di buona salute se solo si sapesse condividere, apprezzare e accettare (ancor prima) l’inevitabile cambiamento.

Il jazz nasce come risultato della fusione di diversi idiomi e, nel corso del tempo, ha proseguito su questa via maestra, lasciandosi plasmare dalle influenze linguistico-musicali di altre etnie, lasciandosi trasportare dalle magie dell’elettronica, sciorinando la naturalezza dell’improvvisazione accanto al forbito periodare euro-colto, gigioneggiando con strumenti avulsi dal contesto jazzistico stricto sensu inteso.

In Italia, tutto ciò ha consentito alla creazione di due “magistrali” scuole di pensiero: gli entusiasti del cambiamento e i c.d. parrucconi, alias coloro i quali fanno quadrato intorno al jazz dei tempi che furono, escludendo da tale novero tutto ciò che è accaduto dagli anni Settanta in poi e, per i molti talebani, anche il free jazz. Tale ultima fazione, alimentata da alcuni personaggi appartenenti all’intellighenzia jazzistica (critici, storici, musicisti, maître à penser di varia specie e genere) hanno contribuito all’indebolimento del pubblico del jazz, fino all’estinzione (anagrafica), relegandolo a una musica di nicchia e anche un po’ spocchiosa; atteggiamento che il jazz ha sempre – storicamente – rifuggito.

Ora, si tenta il recupero della situazione “pseudo-drammatica” attraverso una serie di lodevoli iniziative che, però, non hanno di fatto portato a un ritorno del jazz nelle case degli italiani. Un tempo (fino agli anni Settanta), il jazz troneggiava anche nelle colonne sonore della maggior parte dei film in circolazione; il jazz era parte integrante di spettacoli televisivi di successo (penso a Lelio Luttazzi, Gorni Kramer e anche Mina); un tempo in Tv apparivano Lionel Hampton e Louis Armstrong.

A un certo punto, tutto è finito: il jazz è stato relegato nella sua torre eburnea a far da colonna sonora solo per alcuni e, automaticamente, togliendosi da quelle strade dove era stato ottimamente cucinato e dove si era forgiato (vedasi Congo Square, per esempio).
Il compleanno del jazz, per i più, viene fatto risalire al 1917, anno in cui l’Original Dixieland Jass (poi Jazz) Band registrò il primo disco di jazz. Una band, tra l’altro, capitanata da un cornettista italo-americano: Nick La Rocca di Salaparuta. Orbene, pur non essendo d’accordo con tale day of birth, tale data sottolineerebbe che il jazz abbia poco più di cento anni, vissuti tra le rivendicazioni di paternità dei bianchi e quelle, sicuramente dal punto di vista antropologico più legittime, degli africani-americani.

Nel corso di questi cento anni sono accadute tante cose – storicamente e musicalmente – che hanno fatto mutare l’accento a questo musica; l’hanno resa ora più morbida e danzante, ora più dura e arrabbiata; ora un urlo di rabbia dolorosa, ora una languida carezza. Oggi, i cambiamenti che sono dettati dall’evoluzione dei tempi e delle tecnologie, devono essere accettati senza troppe riserve. E che vi siano i gruppi di resistenza a oltranza che stanno ancora lì a disquisire se sia jazz oppure no, francamente mi sembra anacronistico.

Il jazz è un linguaggio e, come tale, si è evoluto e sempre si evolverà nel corso del tempo: bisogna accettare tale assunto senza farne un dramma.
Comunque, ricordiamoci del jazz e prendiamo il 30 aprile come la data del suo genetliaco, spargendo di candeline (leggasi concerti) tutto il globo. L’indomani, però, “passato il Santo”, facciamo che la “festa” abbia un tangibile seguito.

Alceste Ayroldi

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