BLACK MIRROR

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In data Venerdi 23 Marzo, a Bari, Ciro Manzari, giovane produttore in arte Ocean.z, in collaborazione con il cantante “R&B” tutto barese, Eyob Soul; pubblica BLACK MIRROR su Youtube, su Deezer e Spotify.

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ERIC CLAPTON – LIFE IN 12 BARS: UN DIO DELLE FOLLE

eric clapton life in 12 bars

    Documentario, Gran Bretagna, 2017 Regia Lili Fini Zanuck Con Eric Clapton Distribuzione Lucky Red Durata 135 min Recensione a cura di Umberto Marzi       La vita di un’artista, le sue luci ed ombre, immagini inedite di un’era indimenticata, quella degli anni ’60 e dei primi 70’, e un’intervista a B.B. King in cui, alla domanda se anche i bianchi potessero fare blues, senza nascondere una risata sentita, il re fra i re del blues ribatte sconcertato: “No, è impossibile! Semplicemente non hanno sofferto abbastanza.”. La voce dello stesso Clapton ci accompagna in questo catartico viaggio autobiografico, immergendoci nella Ripley del dopoguerra, teatro delle prime sofferenze dell’artista: dalla scoperta che i suoi genitori in realtà siano i suoi nonni e che quindi sua sorella sia la sua vera madre, al secondo rifiuto di quest’ultima di comportarsi da tale. È in questo periodo che il giovane Eric comincia ad approcciarsi allo strumento che lo renderà, letteralmente, un dio delle folle, raggiungendo l’apice del successo con i Cream e trovandosi ad improvvisare sessioni con artisti del calibro di Aretha Franklin negli storici studi americani dell’Atlantic Records. Il film, nella sua interezza, anche grazie a inedite interviste ai parenti e amici, narra infatti la storia di un uomo, in grado, molto più di altri, di trasformare il dolore in creatività, spesso solitario, incapace di comunicare con gli altri se non attraverso lo strumento. Sono gli anni della delusione dallo scioglimento dei Cream, dell’eroina, la nuvola rosa che da tutto ovatta e protegge, e dell’ossessione per la sua storica Layla e moglie del suo migliore amico, la bellissima Patti Boyde. Merito della pellicola è indubbiamente quello di catturare lo spettatore, mai stancandolo, nonostante la lunghezza, grazie soprattutto all’intuizione registica di assumere diversi ritmi narrativi nel passaggio attraverso i decenni, approfondendo gli anni ‘60, toccando velocemente gli anni ’70 e sorvolando del tutto sugli anni ’80, quasi a voler rappresentare la coscienza stessa dell’artista, prima sopita dall’eroina e poi del tutto annegata nell’alcool, risvegliata con l’arrivo del figlio e straziata dalla sua prematura scomparsa. La regia è firmata da Lili Fini Zanuck, storica amica del chitarrista, con cui già collaborò ai tempi di RUSH, nel quale è invece lo stesso Clapton a firmare la principale canzone estratta dalla colonna sonora: Tears In Heaven, canzone simbolo della rinascita artistica e umana dell’autore, raccontataci al termine di questa “ringkomposition” fatta di blues, personificato da B.B. King, che avvolge l’intero film, a cornice della vita di un uomo con la chitarra e contro il mondo.

Dalla musica al cinema, senza trucco

Alicia Keys photo

#nomakeup anche sul palco degli Oscar 2018 Notte degli Oscar 2018. Jodie Foster e Jennifer Lawrence annunciano la vincitrice del premio per la migliore interpretazione femminile: si tratta di Frances McDormand, protagonista di “Three Billboards outside Ebbing, Missouri”. Prima che l’attrice poggi l’ambita statuetta sul pavimento e inviti tutte le donne presenti in sala ad alzarsi per condividere simbolicamente il premio, la camera inquadra un volto contratto che ricorda quello della madre determinatissima del film di Martin McDonagh. Esattamente come avvenuto ai Golden Globes, a gennaio, Frances è orgogliosamente e sfacciatamente struccata. Forse è solo un dettaglio, ma è un dettaglio che compare nel solco di un cambiamento che non è iniziato con la campagna #metoo, ma che si muove nel mondo dell’intrattenimento ormai da qualche anno. E’ il 31 maggio 2016 quando Alicia Keys racconta sulle pagine di Lenny la storia del conflitto tra se stessa, la propria immagine e il giudizio spietato del suo pubblico. Sta nascendo il movimento #nomakeup. Abbiamo riletto l’articolo e ve lo proponiamo, per il piacere di analizzare un fenomeno che stiamo vivendo giorno dopo giorno. Perché la Storia si costruisce quotidianamente, si tocca con mano, si costruisce insieme.     Arriviamo tutti a un punto nelle nostre vite in cui cerchiamo di essere perfetti. Specialmente le ragazze. Forse quel punto è lì da qualche parte, in seconda elementare, dopo il giorno della foto di classe, quando porti i capelli crespi perché tua mamma dice che sono belli mentre i tuoi “amici” ti deridono. Afferri spazzola e gel e tiri indietro i tuoi bei capelli folti nella coda di cavallo più stretta che puoi per contenere i tuoi capelli unici in uno chignon  – nascondendo un pezzo di te per adattarlo a un’immagine di ciò che gli altri sembrano vedere come perfezione. Sì, è sicuramente quello un momento. E la scuola media? Dove tutte le ragazze ritenute belle indossano rossetto e eyeliner e mascara. Alcune di loro sono così abili nel truccarsi che sembrano persino quelle modelle che hai visto in ogni rivista, quelle che ti hanno fatto sentire leggermente a disagio con te stessa o malvista o semplicemente invisibile. È un altro momento in cui una parte di te capisce che per sembrare o essere considerati belli, bisogna nascondere qualcosa per essere un po’ più vicini alla perfezione. Sì, questo è un altro momento. Ma, credetemi, non finisce alle medie. Ricordo quando ho iniziato a essere un personaggio pubblico. Oh mio Dio! Tutti avevano qualcosa da dire. “È così rozza, si comporta come un ragazzo, deve essere gay, dovrebbe essere più femminile!” Ma la verità è che io ero di New York e tutti quelli che conoscevo si comportavano così. Nelle strade di New York dovevi essere rozzo, DOVEVI essere duro, le persone avevano bisogno di sapere che non avevi paura di combattere! Ma non erano le strade di New York. Era il duro e intransigente mondo dell’intrattenimento e il mio più grande test. Ho iniziato, più che mai, a diventare un camaleonte. Non ero mai pienamente quella che ero, ma cambiavo costantemente perché “loro” mi accettassero. Prima di iniziare il mio nuovo album, ho scritto un elenco di tutte le cose di cui ero stufa. E una era quel lavaggio del cervello che ha indotto le donne a sentirsi in obbligo di essere magre, sexy, desiderabili o perfette. Una delle tante cose di cui ero stanca era il costante giudizio delle donne. La costante stereotipizzazione operata da ogni mezzo di comunicazione che ci fa pensare che avere una taglia normale non sia normale, e il cielo non voglia se sei di taglia extra. O il messaggio costante che essere sexy significhi essere nudi. Sapevo più COME essere brutalmente onesta? Chi volevo essere? Non sapevo esattamente le risposte, ma le volevo disperatamente.  In una canzone che ho scritto, intitolata “When a girl can’t be herself” (“Quando una ragazza non può essere se stessa”), dico:  “Al mattino dal momento in cui mi sveglio / se non volessi mettere tutto quel trucco / Chi dice che devo nascondere di cosa sono fatta / Forse tutto questo Maybelline copre la mia autostima”  Non ho nulla contro Maybelline, semplicemente creava una assonanza efficace con “maybe”. Ma la verità è che … stavo davvero iniziando a sentirmi così – sentivo che, come sono, non andavo abbastanza bene perché il mondo potesse vedermi.  Questo atteggiamento ha iniziato a manifestarsi su molti livelli e non mi faceva bene. Ogni volta che uscivo di casa e non ero truccata, ero preoccupata: e se qualcuno avesse voluto fare una foto?? Che cosa sarebbe successo se l’avesse POSTATA??? Questi erano i miei pensieri: insicuri, superficiali, ma onesti. E tutto questo, in un modo o nell’altro, era basato troppo su quello che gli altri pensavano di me.  Ho trovato la mia strada nella meditazione, e ho iniziato a concentrarmi sulla chiarezza e su una conoscenza più profonda di me stessa. Mi sono concentrata sul coltivare la mia forza e la mia determinazione e ho messo in atto una pratica per imparare di più sulla vera me.  E ho promesso che avrei affrontato le cose in modo diverso questa volta riguardo alla mia immagine, che avrei permesso al mio vero io, così com’è, di venire a galla.  E’ passato del tempo dopo che ho scritto “When a Girl Can’t Be Herself”, e non ci ho pensato molto. Forse ero troppo occupata e concentrata sulla mia produzione musicale per pensare strettamente a questo. Così è stato fino a quando non ho affrontato lo shooting fotografico per il nuovo album: è lì che mi sono ritrovata di fronte, al centro, il problema. Ero appena uscita dalla palestra, avevo una sciarpa sotto il berretto da baseball e la splendida fotografa Paola (non ho mai incontrato una Paola che non mi piacesse) ha detto: “Devo immortalarti proprio ora, così! La tua musica è cruda e reale, e anche queste foto devono esserlo! “  Ero scioccata. Istantaneamente, mi sono un po’ innervosita e mi sono sentita leggermente a disagio. La mia faccia era completamente struccata.

Amy Winehouse: una demo inedita registrata a 17 anni

AMY WINEHOUSE giovane

Amy Winehouse: una demo inedita registrata a 17 anni

Anno 2001. Camden, Londra. Amy Winehouse ha 17 anni.

Entra nello studio di registrazione del produttore Gil Cang, a Hornsey Road.

Indossa un paio di jeans con scritto “Sinatra is God”, con un pennarello nero, all’altezza del sedere.

Ha bisogno di incidere un pezzo da mandare a varie label. Il pezzo è “My own way” scritto dallo stesso Cang assieme a James McMillan e Maryanne Morgan.

Come racconta Cang in una esclusiva intervista al Camden New Journal, la giovanissima artista lascia subito tutti a bocca aperta, portando a casa il pezzo già alla terza take.

Amy firmerà con la Island Records tre anni dopo. La major Universal Music Group, proprietaria dell’etichetta nata in Giamaica nel 1959, procederà – a seguito della morte di Amy, nel 2011 – a distruggere tutti i demo inediti dell’artista, per evitare l’uscita di opere postume o registrazioni incomplete. “Una scelta etica”, dichiarerà il presidente della Universal, David Joseph, ai microfoni di Billboard.

A sette anni dal tragico evento, però, dagli archivi di Gil Cang spunta proprio “My own way”, libera da vincoli contrattuali con la Universal, ora disponibile su Youtube

Chiudete gli occhi e ascoltate questa piccola grande artista mentre canta l’amore in quella maniera cinica che non le apparterrà mai. Immaginatela mentre si avvicina al microfono e, muovendo i fianchi, inneggia a chi ha segnato la storia della musica raccontando la propria storia in maniera unica.

“My way”, “My own way”.

Buon ascolto.