Recensione a cura di Adriano Cafagna
Italia, 2018
Regia Luca Facchini
Interpreti Luca Marinelli, Valentina Bellè, Elena Radonicich, Davide Iacopini, Gianluca Gobbi, Ennio Fantastichini
Distribuzione Nexo Digital
Durata 200 min
UN OMAGGIO A QUEL GENNAIO DEL ’99: “IL PRINCIPE LIBERO”
Presente in circa 300 sale cinematografiche di tutta Italia per soli due giorni di fila di proiezione, il “Principe Libero” appare già come l’evento cinematografico puramente Made in Italy più acclamato e criticato di questo gennaio.
Il film sarà riproposto su Rai1 in due serate previste per il mese di febbraio a simboleggiare anche il 78esimo anniversario dalla nascita del Faber.
Chi avrebbe mai immaginato che da una semplice intuizione della penna di Luca Facchini sarebbe nata un’opera di 200 minuti che parlasse della vita, dei successi, degli affetti, delle sconfitte e delle sventure del noto cantautore italiano Fabrizio De André?
Asceso all’Olimpo degli artisti italiani nel mondo, Fabrizio De André, nato a Genova nel 1940 e morto a Milano nel 1999, è uno dei più importanti cantautori italiani. Soprannominato “Faber” dall’amico di sempre Paolo Villaggio, con riferimento alla sua predilezione per i pastelli e le matite della Faber-Castell oltre che per l’assonanza con il suo nome.
In 40 anni di carriera è riuscito a incidere 13 album raccontando avvenimenti e persone con un’ottica, una capacità scrittoria ed oratoria fuori dagli schemi e decisamente basate su prospettive diverse, speciali, originali.
Il film, ideato da Rai Fiction e distribuito da Nexo Digital, rappresenta il compendio perfetto tra i contenuti biografici e le tipologie descrittive e narrative tipiche delle fiction Rai, che sempre più guadagnano successo e premi stimati.
IL CAST: TRA PERSONE E PERSONAGGI
È Luca Marinelli ad interpretare il grande Faber, già noto alle cronache per aver vinto il David di Donatello come miglior attore non protagonista nel 2016 con “Lo chiamavano Jeeg Robot”, film nel quale era anche riuscito a dimostrare le sue pregevoli doti canore.
Tratto interessante e degno di nota è la presenza dietro le quinte del film di personaggi che realmente hanno fatto parte della vita quotidiana del Faber come Dori Ghezzi, secondo grande amore del cantautore genovese.
Per la parte di Dori Ghezzi, Facchini sceglie Valentina Bellè, anche lei reduce di un’esperienza lavorativa sul set con Marinelli in “Una questione privata dei fratelli Taviani” e che ritroviamo sulla pellicola in un biondo luminoso che accentua la pregevole somiglianza alla seconda moglie del Faber.
Il cast si completa poi con Elena Radonicich nei panni di Puny, prima consorte di De André, Davide Iacopini nei panni del fratello maggiore di Faber, Gianluca Gobbi in un Paolo Villaggio tale e quale ed Ennio Fantastichini in veste di padre del cantautore.
La Ghezzi ricopre un ruolo fondamentale per l’intero svolgimento della pellicola poiché uno dei pochi canali dai quali son trapelate le informazioni e gli aspetti più intimi di De André che hanno aiutato Luca Marinelli e il regista Luca Facchini a poter elaborare una stesura cinematografica che si rivoluzionasse non intorno a sterili avvenimenti di cronaca o monotoni aneddoti della sua carriera musicale già ben noti ai più affezionati e non, bensì a storie e comportamenti del De André di tutti i giorni, quelle che forse soprattutto i più affezionati alla sua figura di grande autore avevano dimenticato.
Oltre le sterili e fanatiche critiche mosse contro il Marinelli, ritenuto dai fan del Faber “indegno” di poter adempiere a un ruolo con un peso specifico così elevato come l’interpretazione del cantautore, possiamo apprezzare come l’attore, attraverso importanti consigli e direttive, sia riuscito a entrare nello spazio del personaggio senza il bisogno di scimmiottarlo come molti avrebbero voluto fare semplicemente per poter accontentare le folle.
Ed è proprio la diversità, l’accento “sbagliato” di un romano che salta da una parte all’altra della cartina geografica tra un’espressione timida genovese e qualche intercalare tipico della sua Roma ed intrinseco nel suo linguaggio che l’attore protagonista ci regala uno scorcio di De André forse mai visto e mai voluto far vedere.
LA TRAMA: QUALCHE BREVE CENNO
La regia compone un raffinato inizio di film con una tecnica che in
narrativa chiamano “In medias res”: Tale definizione figlia di lingua latina significa letteralmente “nel mezzo della cosa”.
Il film inizia con le riprese avvenute nella casa in campagna che De André costruì insieme alla sua Dori, nel bel mezzo di un pranzo di famiglia nella quieta e modesta abitazione tra i rilievi montuosi dell’altopiano sardo della Gallura.
Da qui assistiamo al rapimento della famiglia De André, spiacevole evento noto alle cronache e culminato con il rilascio di Dori e del Faber sotto salato riscatto. Tale avvenimento sarà parte focale della seconda metà del film.
Si ritorna poi con un flashback all’infanzia del Faber tra le strade di una Genova in pieni anni 50.
Viene raffigurato fin da subito un giovane e sognante Fabrizio, ben diverso dai suoi coetanei, illuminato già in giovane età da una certa cultura e dalla passione per la musica e la poesia tramandate dal padre che viene raffigurato come un grande fruitore di musica classica: tra i suoi compositori preferiti figurano Bach e Mozart, icone dalle quali De André, nel suo piccolo, trae diversi insegnamenti musicali che applica per il resto della sua carriera saccentemente nelle sue composizioni adornate di un senso della melodia e della scrittura prettamente e romanticamente italiano.
Il regista poi sposta il piano narrativo verso i primi anni di attività artistica del Faber, supportato dal suo amico di sempre, Paolo Villaggio, quasi paragonabile a un talent scout, il primo a credere nelle doti del cantautore.
Si intersecano così nel corso degli eventi incontri con persone speciali, come Luigi Tenco, colui che mosse qualcosa nella figura artistica di Fabrizio e che tanto è stato rimpianto per la sua morte.
Si passa poi alla narrazione della storia d’amore tra De André e Puny, la sua prima moglie. Amore dal quale nasce il primo genito di Fabrizio, Cristiano De Andrè, per poi ritornare all’amore sbocciato con Dori, alla voglia di formare una nuova famiglia e al già citato rapimento.
Nonostante i 200 minuti di pellicola (3 ore abbondanti, per rendere meglio in quantità il discorso) la regia, insieme all’aiuto degli sceneggiatori e della fotografia, tesse fluentemente la trama narrativa.
L’unica vera vessazione? Quella di restare seduti più di tre ore, almeno personalmente parlando; in fin dei conti però, potrete dire che ne sarà valsa la pena.
UN FILM DEDICATO PIU’ A FABRIZIO… E MENO A DE ANDRÉ
In conclusione, “Il principe libero” è un film che si è saputo far apprezzare per l’ottica prettamente intima con la quale è riuscito ad affrontare fatti realmente avvenuti nella vita del cantautore.
Una pellicola che decide una volta per tutte di abbattere il preconcetto di “cantautore sfigato, sempre triste e fin troppo impegnato politicamente” che ha permesso a molti scettici per anni di raffigurare il Faber come l’uomo che non è mai stato, ovvero noioso, costantemente triste e “voce delle zecche comuniste”.
Il film non parla di politica, di stereotipi, e non ci bombarda con le numerose e conosciutissime poesie e canzoni dell’autore.
Paradossalmente è un film su un musicista che non ha saputo parlare di musica. Forse perché una strada che non competeva al regista? Forse perché percorso fin troppo saturo quello dell’analisi e dell’ascolto della sua musica? A voi il beneficio di credere a ognuna delle ipotesi.
Un obiettivo è stato egregiamente centrato, ed è stato quello di parlare di Fabrizio: non di De André, non solo e unicamente della sua musica (rimpiazzata spesso e volentieri lungo il film da performance live di Marinelli alla voce e allo strumento, accompagnato da diversi autorevoli musicisti), non delle sue idee potenzialmente strumentalizzabili.
L’intero film si rivoluziona sulla persona che Fabrizio è stata, con i suoi brutti vizi, le debolezze, le sue ansie da palcoscenico che di sicuro avranno tanto rassicurato molti musicisti non facendoli sentire soli, i suoi sbagli, il suo ricercare disperato parole che possano colpire le coscienze sempre e comunque, il suo perfezionismo esasperato.
In tutto ciò, Luca Marinelli ha dato il suo massimo, citando la stessa Dori Ghezzi in un’intervista per ComingSoon:
“Luca si è dimostrato bravissimo pur avendo a disposizione non tanto materiale, perché di Fabrizio, anche visivamente, c’è molto poco. L’archivio è scarso, attraverso poche foto e frammenti di repertorio Marinelli è riuscito veramente a somigliargli. Mi domando dove sarebbe arrivato se l’avesse conosciuto”.

